GALLERIA PITTURA TRADIZIONALE di ITALO TURRI

Monzon

HANNO DETTO DI LUI - THEY HAVE SAID OF HE

L'Arte e il Mistero
Turri Italo Monzon:
La vita dentro l'opera tra simbolico e informale
di Donato Di Sepio

Nella storia di un artista, specie se articolata da eventi non comuni è culturalmente complessa.
La vita di un uomo è semplicissima, ma la vita di un filosofo, di un pittore, di uno scrittore, può diventare molto complessa se le sue opere non sono semplicemente "prodotti" di quella vita che anzi sono "essi" a produrla, nella sua realtà più profonda - come nel caso di Italo Turri - ha avuto il potere di mutare, di rendere la propria personalità simile a uno specchio di guisa.....vi si rifletta; "perchè un genio - afferma Marcel Proust - consiste nel 'potere riflettente' e non nella quantità intrinseca dello spettacolo riflesso". Italo Turri, infatti, nel suo essere schivo, diffidente era un artista "strano", e nel suo essere umile e solitario era un artista-poeta. "Strano perchè frustrato dall'incomprensione di una società che non riusciva a capire il perchè Turri si fosse autoemarginato, ridotto a vivere del disagio esistenziale. "Artista-poeta", perchè guardare le sue opere è come leggere l'intensità poetica della sua arte. .....Per un uomo la cui vita è come una "Monade" (Leibniz), l'intuire figurativo aliena ogni contenuto ed esteriorità, e solo il sentimento lo mantiene in unità soggettiva con l'Io interno.....Quello che è formidabile in quest'artista, è appunto la grande forza emotiva, l'aver riportato emotività nell'arte. La sua è una conoscenza intima,"intelligere" è quasi un leggere dentro, "intus legere" cioè dotato di percezione distinta unita alla facoltà di riflettere l'oggetto dell'intuizione sensibile da ritrarre o comporre. La sua morte, il 9 Aprile 1995, se ha chiuso il capitolo della sua travagliata esistenza, non ha esaurito, per nostra fortuna, quello della sua pitura: come capita alle opere dei Grandi - sempre vive - attorno ad esse si parla, si critica, in esse si specchia un'epoca e le sue interpretazioni di periodi storici buoni o difficili e tutti da rivisitare. Se poi sia stato un divisionista, sperimentalista, informalpostimpressionista, simbolrealista, poco importa: ogni sua classificazione, per quanto infinita, appartiene alle epoche dell'uomo.

 

 
Italo Turri che si firmava “Monzon”. Italo Turri che si aggirava per le strade della sua città, Anagni, in una febbrile ricerca dei materiali, fisici ed ideali, per la sua pittura. Italo Turri che, a oltre dieci anni dalla morte, sempre più viene valutato e riconosciuto come uno dei “grandi” della pittura contemporanea. A questo “grande”, dunque, la Galleria Crispi dedica un’ampia personale, che si inaugurerà sabato 21 ottobre. Con il patrocinio di Regione Lazio, del Comune di Roma – I Municipio “Centro Storico”, della Provincia di Frosinone, del Comune di Frosinone, l’evento vuol essere un vero e proprio tributo all’opera di un artista che è stato rivoluzionario e coerente a se stesso, che ha vissuto l’Arte come assoluto scopo e modo di vita, che ha elaborato un linguaggio pittorico che dice insieme l’asprezza e la poesia dell’esistenza. Turri usava per dipingere materiali che erano avanzo e scarto di altre utilizzazioni, cartoni gettati, residui di impellicciature, smalti per l’edilizia e per le carrozzerie. Materiali, per la scelta dei quali il pittore si metteva in giro a frugare persino nei cassonetti dei rifiuti, e che in questa meticolosa cernita acquisivano un valore ed un significato nuovi di zecca: ciò che la società “normale” non vede che come rifiuto e scoria, anzi proprio perché è rifiuto e scoria, conserva l’essenza di libertà e fantasia, assorbe la realtà in maniera altra e alta, si arricchisce di un “aver già vissuto” che è sapienza di vita e anche muta e solitaria rivolta contro stereotipi e moralismi disumananti, diventa materiale per l’Arte. Nella materia rifiutata, Monzon traduce la propria scelta di volontaria emarginazione, di relegazione in una dimensione discosta dove è più facile capire, anche se rimane scontata la difficoltà ad esser capiti. La sua pittura, la pittura di Monzon, è fatta di gesto veloce, di tratti essenziali e minimi, di colori che nettamente definiscono forme, sfondi e soggetti, di atmosfere grevi di emozione, vibranti di violenta dolcezza. Descrive un mondo visto e sognato, di persone ed affetti, di luoghi e prigionie dell’anima, di animali e paure e istinti di libertà. È un mondo quotidiano, che dal quotidiano si distilla ed al quotidiano rapisce l’espressione, la forza, lo struggimento di intere esistenze e di piccoli, minuti momenti. È un mondo stralunato e poetico, tesoro prezioso scovato nella povertà e nella esclusione, fra i rimasugli di realtà gettati via e guardati con indifferenza. Come la sua vita, la vita di Turri pittore e null’altro che pittore. Italo Turri che si firmava “Monzon”.
(francesco giulio farachi)

ITALO TURRI, L’EMOZIONE TRASMESSA
di Rocco Zani

I numerosi commenti critici elaborati sulla figura di Italo Turri tendono, fatalmente, a rimarcare - in maniera più o meno celata - una sorta di combattuto dualismo tra la privatezza della dimensione umana e la preponderanza della sua immagine artistica.
Che Italo Turri sia stato, nella sua tormentata esistenza, una personalità “anomala e contraddittoria”, è fuor di dubbio.Soprattutto se intendiamo attribuire a tale assersione un giudizio confinato tra le cosiddette “valenzie ordinarie”. D’altra parte, quella forma di “egocentrismo onirico” che ne ha accompagnato – e segnato – la vita, sembra alimentare, ancora oggi, nell’interlecutore abituale, un’attenzione colma di velate passioni. “L’anormalita” – intesa quale rappresentazione antitetica di modelli comportamentali regolamentati da un “sentire” comune appare pertanto, non già luogo dell’estraniamento, bensì forma – indiretta, ma accattivante – di partecipazione.
Ma la conoscenza di un artista – di Turri in particolare – pare inconciliabile con gli esili citazionismi tratti da letture déjà vu, ovvero, appare riduttivo e precario il tentativo di concentrare la ricerca su un piano di “urgenza folcloristica “ anziché di analisi peculiare del fenomeno. Occorre pertanto stabilire un opportuno parametro valutativo affinché la “contaminazione” reciproca delle –quella umana e quella artistica – trovi un ruolo di innegabile ed equilibrata sommatoria che restituisca a noi uno scenario di rigorosa interpretazione .
Ecco allora che il prologo di questa sequenza conoscitiva deve necessariamente collocarsi in quella “capacità di emozioni che l’opera di un artista riesce a trasmettere nonostante tempi e generazioni nuove” (Giuseppe Selvaggi). Un elemento, “l’emozione trasmessa”, che pare farsi sostanza ineludibile di un indagare più complesso e dilatato. Esso è epicentro di accensioni umorali e al contempo memoria intransigente. Una memoria millenaria o attuale che Turri traduce progressivamente in archetipi della ricordanza rifiutando – o ignorando forse – qualsiasi orpello esplicativo, come se la nutidà dell’opera favorisse – invece – più intime e personali ouvertures. E’ la memoria del quotidiano, quella del degrado o delle prospettive incaute che tagliano il cielo in distorte finestre di luci e ombre. Quella dei volti ignoti che “mozzano” il sogno e rifondono l’uomo – l’artista – di brandelli di dialogo. Ovvero la memoria remota, colma di provocatorie tonalità, di non sapute dimenticanze, di raffiorati dubbi. E paure.
L’uso “libertario” – in secondo luogo – di materiali inediti, rafforza e sottolinea quel desiderio neutrale della narrazione, restituendo all’immagine dipinda – scavata, graffiata, scoperta – l’oggettività dell’incarnazione. La campitura – sia essa tela o cartone o pietra o legno – è una sorta di “dilatato sostegno dell’idea”. O idea anch’essa.
Ecco perché Turri non è un “caso” di demopsicologia o di alienazione. E’ più semplicemente – e pertanto in maniera più complessa – un pittore:
Scrive Sabina Spada di Annette Messager : “l’utilizzo di diversi materiali, anche di scarto, provoca lo svuotamento del significato delle categorie di arte alta e arte bassa, portando aspetti della vita quotidiana all’interno della dimensione artistica”

Febbraio 2000

ITALO TURRI: UN’ANIMA IMPRESSA SUL CARTONE
di Nello Proia

Un atteggiamento tra l’emarginazione e l’anticonformismo, uno spirito tra il “clochard” e il contestatore, un carattere tra il misantropo e il disincantato: ecco i connotati che, a prima vista, emergono scorrendo dapprima la vita venturosa e poi l’arte graffitica di Italo Turri, popolarmente chiamato anche “Monzon” per un’evidente reale analogia con il campione argentino che, come lui, fu un “combattente della vita”. Addentrandoci, però, gradatamente nei meandri della sua personalità e della sua creatività ci si avvede di trovarci sempre più al cospetto di un uomo che – pur nella sua esistenza sofferta e controversa - ha lasciato, morendo prematuramente e quasi in silenzio un segno indelebile di alta umanità e di non comune talento artistico.
Grazie al riconoscente affetto della figlia Anna e del genero Magno, in virtù della stupefatta e sincera ammirazione di tutti quei concittadini che ebbero l’opportunità (oggi rara) di venire in possesso dei suoi “cartoni” e soprattutto per merito di esperti “talent-scout” dell’Arte Figurativa (e tra questi anche Vittorio Sgarbi) che ne intuirono, scoprirono e divulgavano le doti, Italo Turri è divenuto uno dei più improvvisi sorprendenti e clamorosi casi artistici di questi ultimi anni, assurgendo addirittura a protagonista e simbolo di una certa cultura - locale in particolare, esterna in generale - che da tempo non eccelleva più per prolificità, eclatanza ed originalità.
Tra coloro che hanno “riesumato” il Monzon pittore ad avvenuta scomparsa del Monzon uomo, il primo posto in assoluto spetta a Giuseppe Selvaggi, notevole figura di giornalista e critico oltre che poeta.Nel 1997 , su iniziativa dei familiari del Turri e con il patrocinio dei comuni di Anagni, Alatri , Fiuggi, Frosinone e della Provincia frusinate, Selvaggi ha pubblicato – presso l’editore Palombi di Roma – il volume “Monzon: vita e pittura di Italo Turri”.E’ stata la svolta per rivelare, ad anagnini e forestieri, l’altro vero volto di un uomo che tutti conobbero e considerarono solo come un “vinto” ed un “appartato”, alla stregua di quei personaggi intrisi di realismo decadente cari alla penna di Gogol, Dostojeweskij, Gorkj, Hugo, ma bene adatti anche al mondo avventuroso e “bestialesco” di London e Stevenson.
Selvaggi, con l’acume del critico nato, risale l’intero ecxursus esistenziale e creativo di Italo Turri, avvalendosi anche della sobria biografia esposta da Daniela Pesoli la quale – assai felicemente - descrive la parabola umana ed artistica del Turri come una tipica vita “on the road”.
Il critico paragona lo spirito e il comportamento di “Monzon” a quello del Santo d’Assisi, accomunando i due nella loro “fame” di vita: Francesco cercava con brama, ovunque, un pezzo di pane con cui sfamarsi; “Monzon”, “affamato di pittura”, svuotava cassettoni e bidoni di immondizie per ricavarne i cartoni su cui trasferire, in immagini e sensazioni, le effervescenze della sua anima.
Questi miseri cartoni diventavano opere compiute che costituivano una specie di sfida (la “sfida dei cartoni”) ed una sorta di reazione verso la società, il vivere comune, le istituzioni e i formalismi, dai quali egli, uomo e pittore “sui generis”, si sentiva distaccato ed estraniato.
Poi Selvaggi accosta Turri, pur nella sua genuina primitività creativa, a due “monumenti” dell’arte contemporanea: a Georges Rouault, grande maestro espressionista (e nel celebre “Cristo in croce”, squisita acqua-tinta su carta, ritengo ci sia molto dell’ ”humus”riproposto da Turri) e ad Alberto Burri, autentico predecessore di “Monzon”, che dal nulla di materiale usato recuperato riesce a far risorgere autentici capolavori di creatività e di espressione.
Selvaggi sostiene che Turri, “in regola contro le regole…vive ed opera con il coraggio dei santi e dell’arte” ed accosta i “segnucci” del pittore anagnino (allegorie di animali, di eventi, di donne, di luoghi) ai versi che aprono l’ “Ode all’Usignolo” di John Keats esaltanti l’euforia derivata dal bere che è un efficace stimolo alla creatività (che Monzon esprime con un netto e crudo “mo ci vò lu beve”): “Mi duole il cuore e i sensi un sonnolente/stupore tien quasi avessi alla mia sete/ cicuta offerto o un torbido nepente”.
Io oso accostare la pittura di Italo Turri,- spesso surreale, talvolta onirica, permeata da influssi naif e dada ma sempre fortemente realistica -, anche all’emotività di Munch, ai “capricci” di Goya, alle “caricature” di Daumier, alle “visioni” di Grotz ed alle “allucinazioni” di Jeronimus Bosch, in cui la commedia o la tragedia del vivere umano sono drammaticamente riproposte nelle soffuse fattispecie della satira dell’ironia e del grottesco. Italo Turri è nato in febbraio. Tra i nati in questo mese pingue di genii e di menti straordinarie rientrano anche François Rabelais, Charles Dickens, Jules Verne, e James Joyce che, al pari di “Monzon”, hanno descritto e esaltato-tra il paradossale e l’umoristico, tra il tragico e il patetico, tra il reale e il misterioso-le vicende dei poveri, dei perseguitati, dei derelitti, degli umiliati, degli offesila di fuori della società apparentemente ricca ed opulenta ma da vizi e mali insiti. Questo mese, inoltre, fu chiamato dagli antichi Greci”Ametisthos”, cioè ametista: e che questo colore violaceo-scuro, soffuso di rauche ombre e di cupe tonalità, è la tinta che prevale sulle creazioni “su cartone”di Italo Turri. Su miseri, consunti, deteriorati ed abbandonati pezzi di cartone Italo Turri è riuscito a ricostruire un intero mondo di sensazioni, di sentimenti, di stati d’animo, forse anche di sogni e di speranze. Questo mondo, oggi, è più vivo che mai. E con esso risalta sempre più cristallino il talento di Italo Turri detto “Monzon”, un genio dell’ “Arte Povera”, diventato ricco per stima e rispettato per elogi solo dopo la sua morte.

ITALO TURRI, LA POETICA DELL’ASSENZA
Di Rocco Zani

Italo Turri non l’ho mai incontrato.
Eppure talvolta accade che il “peso” di una conoscenza compiuta – capace oltremodo di tracimare in annotazioni affettive e umorali – possa limitare le pretese del sogno o addirittura porre margini a rappresentazioni meno essenziali. Restano i resoconti della bocca trasmessi per curiosità o indiscrezione, ovvero per sottolineare la stranezza dell’uomo, quel suo incedere bizzarro, il rifiuto delle parole tediose, l’ira di certi giorni, la frenesia, il rifiuto. Eppure tali immagini rimanderebbero ad una sorta di liturgia sanguigna, confinata, inevitabilmente di facciata.
Ed è forte la tentazione – di molti – di collocare Turri al di fuori dello scenario, comunemente inteso, di un’arte necessariamente contemporanea. Come se la sua personalità – il suo no incorruttibile ai guasti del quotidiano, la sua poetica assenza – lo ponesse fatalmente ai margini di un’arte cosiddetta colta.
Avremmo avuto per lui, forse, un sentimento ringhioso o di accomodante sopportazione. Come lo è, oggi, per i diseredati e gli oziosi, per chi non segue lo sciame di un’integrazione a tutto tondo. Per chi, ancora, ha lo sguardo disincantato e sorride lieve alle nostre armi e alle nostre battaglie. O, forse, avremmo provato invidia per gli stessi motivi e per l’incapacità – questa volta tutta nostra – di astenerci, di rifiutare, di navigare lungo nuove coste.
La mancata conoscenza dell’uomo sembra condurci invero verso un’analisi di esclusivo pronunciamento artistico, rigettando la passione e l’emozione per un incontro e precludento ogni presumibile condizionamento. Avrei voluto, in poche parole, isolare e commentare la sua presenza pittorica su valenze esclusivamente narrative, formali, cromatiche. Avrei voluto, ancora, rimarcare l’essenziale giudizio storico, centralista, inespugnabile dalle periferiche attrazioni dell’immaginifico.
Ma non è così. Perché la pittura di Italo Turri ha il dono curioso di ribadire - oltre ogni eventuale indizio - i termini di una storia intima ed epocale al contempo, autobiografica e sconfinata, di quartiere e metropolitana. Come se l’occhio del pittore cogliesse, nel suo libertario incedere, le miserie frettolosamente riposte, le rotte della polvere, la noia dei giorni consumati, la compagnia del vuoto. Ovvero, l’inconfessabile timore di sopravvivere.
C’è nelle fessure di biacca e vermiglio che rimescolano la certezza della città annerita il tentativo – appena abbozzato – di immaginare solarità inaccessibili, bambinesche aspirazioni. Ma la sequenza delle giometrie che dettano il tempo e i gesti, i segni – appena percettibili – di un’umanità fuggiasca sembrano cogliere quel male di vivere che è l’unico, smisurato convincimento, del nostro andare.

Novembre 2004

Dopo cinque anni:
Italo Turri
Il superbo dolce pittore Monzon
di Giuseppe Selvaggi

Sono cinque anni dalla morte, e come artista resurrezione, Italo Turri, il superbo e dolce pittore a firma Monzon. Anche chi non lo ha conosciuto di persona, nella sua vita di penitente dell’arte, dai suoi quadri ricostruisce una coscienza di purezza e di sacrificio nel progetto di fare arte. In questo, il pittore che poteva sembrare- vedendolo trovare nei rifiuti il materiale per la sua angelicata salita verso la poesia visiva- un emarginato, è stato uomo di sicura cultura per ciò che di nuovo imponeva la ricerca del Novecento. Il tremendo e meraviglioso fulmine di Gesù: Beati gli ultimi perché di questi sarà più sicura e rapida l’entrata nei cieli del futuro, per Italo Turri significa: Beati gli ultimi nel mondo dell’arte perchè saranno questi nella prima linea nel domani della poesia, Italo Turri ripensandolo, mostra dopo mostra, in questi cinque anni, riesce ad essere, non apparire, sul traguardo degli artisti che possono rimanere vivi dopo la morte. Mentre migliaia, anche di firma famosa cadono nella resistenza al tempo: che in arte e nella poesia non ammette vittorie sterili.
Questa mostra di omaggio, in un luogo sacrale per la religiosità della cultura, nella città di ferentino, segna un’altra tappa preziosa in avanti, nella conoscenza di questo artista, di improvviso nella prima linea. Ci vorrà ancora, un paziente lavoro di conoscenza sulle sue opere, nella sua autentica realtà, per stabilire le circostanze storiche e le ragioni accertabili, sempre attraverso la luminosa solitudine dei suoi quadri, per fare dell’ammirazione postuma, crescente, una affermazione critica.Per fare di Italo Turri un pittore di diritto presente nelle conclusioni inventive del nostro Novecento.
Il merito più consistente di Italo Turri è stato quello di avere fatto centro nella scoperta più audace del Novecento, riguardante il rapporto tra pittura e materia per la sua realizzazione, dopo l’avvento di nuove tecniche nelle arti visive. A cominciare dalla fotografia. Turri ha intuito, e messo in pratica la verità secondo cui tutte le strade conducono alla poesia, purchè se ne abbia consapevolezza e carisma concretizzante. Le sue scelte povere del cartone abbandonato, persino sporcato, e dell’utilizzazione anche dei colori di rifiuto assume capacità di simbolo ammonitore. Monzon, così, è tra gli artisti di una avanguardia interiore e fattiva, ch’è la ricerca. La sua leggendaria povertà, volontaria, si alza a valore di affermazione anche di principio. L’arte è dono di sapienza, insieme dono dello spirito procreante. La sapienza di Monzon è consistita nel credere alla possibilità di far poesia anche con il “niente” del giorno dopo giorno vissuto nella fede, e della quasi “elemosina” - per i cartoni e i colori- dei mezzi per fare arte. Da qui la sua francescanità del suo esistere. Monzon poverello dell’arte, per questo vincente. Certo le sue scelte sarebbero crollate dinanzi alla impotenza come poeta tramite le immagini. Ma egli aveva soffio della invenzione creativa.
Questa mostra è utile alla urgente decisione di immettere Monzon nei canali della critica storcizzante dell’arte contemporanea, valorizzando, o non nascondendo, gli aspetti della sua volontaria povertà. -Questa, nella mostra di Ferentino, brilla come ricchezza-.

10 Settembre 2000

ITALO TURRI : SULLE ALI DELLA MEMORIA
di Nello Proia

Un atteggiamento tra l’emarginazione e l’anticonformismo, uno spirito tra il “clochard” e il contestatore, un carattere tra il misantropo e il disincantato: ecco i connotati che emergono a prima vista scorrendo, con la memoria, dapprima la vita venturosa e “bohèmien” e poi l’arte graffitici ed istintiva di ITALO TURRI.
Guardando e analiezando oggi, con un accomodante “senno del poi” e con una sommaria conoscenza “a posteriori” dell’uomo, alcuni critici e biografi hanno accostato la creatività “naif” e primitiva di ITALO TURRI a taluni epigoni dell’Arte Figurativa: l’espressionismo di Roualt, la “materialità” di Alberto Burri, addirittura il “grottesco” del Goya, il “caricaturismo” di Daumier, le “allucinazioni” di grotz, fino alle “visioni” di Bosch ed alle esasperazioni di Munch.
Per me, che l’ho conosciuto fin da quando, bambino, mi imbattevo in lui per le vie di Anagni e restavo incuriosito dal suo portamento tra il burbero e lo sprezzantema dalla figura intensamente umana, ITALO TURRI resta una figura-chiave, se non simbolica, dell’Anagni popolana, schietta e genuina del tempo che fu e che mai più tornerà. Se mai, a farla rivivere, sarà proprio quello che ci ha lasciato ITALO TURRI con la sua pittura tanto semplice ed estemporanea quanto sofferta e significativa.
Sui miseri, laceri, consunti cartoni, ITALO TURRI è riuscito a ricostruire un intero piccolo mondo di sensazioni, di sentimenti, di stati d’animo, forse anche di sogni non realizzati e di speranze perdute. Questo mondo, oggi, è più vivo che mai. Questo è stato ITALO TURRI, semplice come uomo, unico come artista, al quale tutti hanno voluto proporre forzosi accostamenti.
Hanno definito ITALO TURRI “Monzon”, forse per il suo strenuo e tormentoso “combattere” contro la vita e contro gli uomini che non gli furono troppo amici. Io lo definisco “ Don Chisciotte”, alla stregua del fantasioso e trasognato cavaliere che, da solo, voleva combattere contro tutti e sfidare il mondo. Ma invece che contro i fatidici mulini a vento, ITALO TURRI ha combattuto contro il disinteresse e la noncuranza delle persone. Le sue armi, anziché quelle del tipico cavaliere per metà medioevale e per metà “hidalgo”, sono stati i suoi dipinti, con i quali ha “fermato” momenti essenziali della sua vita ed affermato il valore del suo genio.

 

Roma dai tanti cuori, ognuno con energia propria, ad un pittore che sta nascendo dopo la morte – Italo Turri chiamato anche, per sua scelta misteriosa come i suoi quadri, Monzon -, offre l’occasione per una circolazione diffusa e vincente, fuori della sua Anagni. Questo cuore di Roma è la Provincia, con il suo Palazzo su Piazza Venezia, che sta divenendo una centralità d’arte che agli artisti dona linfa di vitalità per cui restano vivi. Certo, quando l’artista ne ha la sostanza. E’ il caso di Monzon. Italo Turri diventerà un artista che chiede, ed avrà, una sua consistenza nella storia dell’arte Italiana di fattura popolar-aristocratica. Adesso è un artista di culto: con la delicatezza della religiosità e con la convinzione critica. La nostra storia dell’arte contemporanea ha bisogno di presenze come questa di Monzon per affermare che lo scontro tra le informalità e la figurazione tradizionale continua ad avere soluzioni di incontro come questo che realizza Italo Turri. E’ discorso da avviare, meditando su questa mostra di un artista che ha dipinto solo nell’interesse di rappresentare il mondo con la pittura. Senza la vanità del successo. La storia per menti inventive come Monzon, è mistero della realtà, risolto – come nei quadri più sibillini di Turri – ponendo a chi guarda, domande, ed aprendo finestre per capire chi siamo. Mistero dell’arte. Grazie, Monzon.

G. SELVAGGI - 20 Agosto 2002

ITALO TURRI
IN PITTURA “MONZON”

Mostra antologica presso il Palazzo del Collegio “Martino Filetico” di Ferentino
28 settembre - 7 ottobre 2000

Presentazione a cura di Maria Teresa Valeri

Oggi, al Palazzo Martino Filetico, si apre al pubblico la mostra di 30 opere di Italo Turri, straordinario pittore anagnino, che ha lasciato nei suoi dipinti e collage, realizzati con deciso segno espressionista, la semplice e vigorosa denuncia contro il male del secolo XX: l’emarginazione e il tragico disagio dell’uomo, schiacciato dalle leggi dell’egoismo e dell’ “apparire”, imposte dalla logica disumana della società consumistica e materialista.
Le opere di Italo Turri esposte nella mostra ferentinate ci pongono direttamente in contatto con l’artista, ma soprattutto con l’uomo, che emerge a tutto tondo con la sua profonda aspirazione alla semplicità, alla verità dei rapporti umani, al rispetto della dignità della persona, al canto delle piccole cose che fanno bella la vita.
I soggetti di Italo Turri, che firmava le sue opere con il soprannome “Monzon”, sono ripresi dalla vita quotidiana: semplici scene di vita di paese, paesaggi, nature morte, personaggi senza espressione che sembrano parlarsi ma non comunicano, città fitte di case senza finestre, riprese di interni domestici, animali, geometrie. In ogni opera si riscontrano pochi colori utilizzati e sempre in accostamento tonale, i rossi, i verdi, i blu, il nero, i grigi, rari tocchi di bianco, il marrone, il beige. La ristretta gamma di colori è forse condizionata dal reperimento spesso occasionale delle tinte utilizzate per dipingere o anche dalla necessità di essenzializzare il linguaggio cromatico, per rendere più efficace la comunicazione degli stati d’animo da trasmettere. La ricostruzione dello spazio, luogo dell’azione dei personaggi della realtà da Turri-“Monzon” indagata, è a volte sacrificata alla resa bidimensionale dei soggetti oppure è raggiunta mediante gli effetti di profondità prospettica ottenuti con la sapiente giustapposizione di gradienti cromatici, con pennellate costruttive decise e materiche, che si scontrano, o con l’uso di impellicciature di compensato, disposte sul supporto in modo da generare ordinate suggestioni di piani e volumi. Il supporto è quasi sempre cartone o cartoncino, materiale di scarto, raccolto con cura tra gli avanzi della opulenta società del benessere economico.
L’opera del Pittore anagnino non può passare inosservata. Sin dalla prima vista la pittura di Italo Turri-“Monzon” cattura l’attenzione del riguardante: si presenta inizialmente con la dolcezza sommessa di una nenia familiare e poi si impone come sinfonia di colore e suoni; ti giunge dritto al cuore con il suo linguaggio semplice e vero; ti parla nel profondo dell’anima quasi come creatura vivente; ti scuote la coscienza e commuove nell’intimo, tanto è intrisa di dolore e tenace attaccamento alla vita. Non è facile sottrarsi al dialogo che l’Autore intavola con l’osservatore: Italo Turri è vivo nelle sue opere e, testimone di sé, lascia il suo messaggio con il linguaggio arcano e universale dell’arte.
L’opera d’arte è ontologicamente comunicazione, trasmissione della riflessione sul mondo che l’artista elabora in modo originale e creativo, perché dotato naturalmente di capacità interpretative della realtà in cui vive. Tali innate capacità vengono affinate con lo studio e l’esperienza del fare, consentendo all’Artista di giungere alla sintesi, che più si avvicina alla intuizione della Bellezza, aspirazione profonda e comune dell’intera umanità. L’Arte, come ricorda De Chirico, è comunque metafisica, non è mai una mera copia della realtà, ma di essa è sempre la libera interpretazione dell’Artista. Ogni Artista per comunicare la sua visione del mondo sceglie il linguaggio più consono alle sue capacità espressive e più adatto ai contenuti da trasmettere. La forma ampiamente approssimativa, il colore alterato, la mancanza di proporzioni, la radicale sovversione dello spazio empirico riescono a tradurre efficacemente il mondo del sentimento, la gioia e l’infelicità, la serenità e la paura, il disagio e la speranza mediante l’efficacia dinamica del gesto, la valenza materica e linguistica del colore o dei materiali utilizzati. La scelta di un linguaggio deformante, che si allontana dalla ripresa mimetica della realtà fenomenica, è significativa di una precisa volontà, tipica degli artisti del XX secolo, di rappresentare in toni drammatici ed incisivi il mondo interiore dell’uomo, cioè quella realtà della coscienza travagliata, che è pur vera, ma inconoscibile in pienezza con il solo ricorso ai sensi fisici.
Italo Turri “Monzon”, come molti tra i grandi protagonisti dell’arte del XX secolo, adotta lo stile espressionista e a volte informale nelle sue opere, che si rivelano autentici brani di poesia, potente strumento di comunicazione e stimolo alla riscoperta del valore della dignità dell’uomo.
La formazione culturale ed artistica del Pittore anagnino è legata alle esperienze dell’infanzia e agli studi professionali dell’adolescenza: figlio di calzolaio, è abituato sin da piccolo ad osservare il lavoro artigianale del padre, quotidianamente intento a modellare pelle e cuoio, semplici materiali organici, per ottenere calzature utili per le necessità dell’uomo. Terminati gli studi primari, Italo Turri si iscrive alla scuola professionale della sua città, sezione di “Ebanisteria”, che termina nel 1940. La scuola professionale rinforza le attitudini artistiche di Turri e acuisce la sua attenzione ai materiali naturali, che, “manipolati” dall’artigiano-artista, raggiungono nuova forma e nuovo valore, acquistano significato estetico e comunicano bellezza. Diciassettenne, Italo Turri partecipa alla formazione partigiana “Anagni” come “partigiano di gregario” e, arruolatosi nell’esercito, si congeda il 22 novembre 1948. Trova lavoro nella sua città come netturbino e si sposa nel 1950. Due figlie nascono dal suo matrimonio, che finisce nel 1955 in seguito alla decisione fondamentale della vita dell’Artista: rinunciare al mondo per iniziare una nuova vita in opposizione alle regole; vivere “ai margini” del mondo per assicurarsi l’osservatorio privilegiato per la ricerca del senso recondito delle cose e per cogliere la verità, nascosta dal velo dell’apparenza. La sua spiccata sensibilità, già forse traumatizzata dalle esperienze tragiche della guerra, deve aver ricevuto una insanabile ferita dalla repentina trasformazione culturale degli anni successivi al dopoguerra, quando la società agricolo-pastorale del territorio, fondata sulla logica di una vita semplice legata ai bisogni primari della sussistenza, fondata sui valori riconosciuti nelle piccole cose della vita quotidiana quali la solidarietà e lo spirito di abnegazione, il lavoro e la sobrietà, cede improvvisamente il posto all’economia del “consumo”, catapultata nella provincia di Frosinone in seguito agli sviluppi della produzione industriale, che segnerà il boom economico degli anni ‘60 del XX secolo con il conseguente repentino sovvertimento dei tradizionali valori, mentalità, usi e sistemi di vita.
Qualche evento, noto solo all’Artista, gli determina il cedimento delle capacità di resistenza contro le difficoltà della vita sempre più schiaccianti: l’incomprensione, il disprezzo dell’altro, l’egoismo. La società appare a Turri un inferno per le sue convenzioni, che, mascherate di perbenismo, vìolano la dignità personale dell’uomo e soffocano la sua libertà. Italo Turri ha inconsciamente una visione hobbesiana della vita, in cui vale l’amara definizione homo homini lupus. Egli, sicuro di non avere altra scelta, abbandona la normale convivenza sociale e torna a vivere nella casa paterna, nido protettivo, rifugio dall’ipocrisia imperante che distrugge l’uomo, perché, negandogli il diritto di “parlare”, di essere sé stesso, gli sottrae il diritto di esistere.
Italo Turri sceglie lo “scandalo della debolezza”, la “povertà” totale, l’emarginazione da una società matrigna e disumana, che, rifiutando il “diverso”, gli impedisce il dialogo paritario, schietto e autentico. La sua vita diviene semplice, povera, ma proprio per il distacco dal peso delle cose ritenute indispensabili per raggiungere il successo e il potere, Italo Turri diviene “libero” e “ricco”, perché nel suo spirito egli può possedere ogni cosa, facendo ricorso alla sua fantasia, alla sua poesia, alla sua arte. L’Artista anagnino rifiuta il dialogo convenzionale della parola abusata nella convivenza comune per scegliere il suo linguaggio, quello universale della pittura, quello che non può essere equivocato e che rimane nel tempo sempre autentico, vero e liberante. Significativo è il nomignolo che la gente del suo paese gli veste addosso: “Monzon”, come il famoso pugile. Italo Turri accetta il soprannome, che utilizza nel firmare le sue opere: egli dimostra, così, di non rinunciare alla lotta e continua a combattere pacificamente con i “suoi pugni”, cioè con le sue mani di artista, dimostrando come le mani dell’uomo riescano a produrre bellezza, manipolando la materia apparentemente priva di valore, rinnovando e dando vita alle cose morte, quelle scartate e ritenute inutilizzabili.
Da tale concezione del mondo deriva la preferenza per il segno espressionista e la scelta delle tecniche utilizzate con analoghi scopi artistici dalla Pop Art americana e dall’Arte Povera, mediante il recupero dei materiali poveri, preferibilmente quelli di scarto. Infatti Italo Turri-“Monzon” usa come supporti alla sua pittura cartone, stoffe, manifesti pubblicitari, impellicciature di compensato, smalti e acrilici, che spesso recupera nelle zone di raccolta cittadina dell’immondizia. “Monzon” realizza in tal modo una vera operazione culturale, riconoscendo con la sua vita “ai margini” il grande valore oggettivo che ciascuna cosa, sia essa naturale o prodotta dall’uomo, porta in sé e affermando contemporaneamente l’infinito valore della dignità di ogni uomo, ricco o povero, potente o debole, autorevole o ingiustamente senza diritto di parola, di cui l’oggetto di scarto diviene nelle mani dell’Artista poetica metafora.
La mostra delle opere di Turri-“Monzon” è stata allestita dall’architetto Giacinto Porretti, che, coadiuvato dal solerte Magno Carroccia, genero dell’Artista, ha costruito un percorso visivo perfettamente funzionale alla piena conoscenza del Pittore, dei suoi modi espressivi e del suo mondo spirituale. I temi predominanti nelle opere esposte sono: “il rapporto uomo-natura”; “la società chiusa nei suoi preconcetti e ostile all’uomo”, “l’indagine interiore e la riflessione sulla vita”.
Il “rapporto uomo-natura” è celebrato nelle opere La contessina, Il gatto bianco, La ciammotta, Il cardo, Il cervo, Il pappagallo, Vegetazione acquatica, Natura morta con locuste, fiasco e case. In esse l’Artista rappresenta le figure degli animali, quali il lupo, il gatto, il pappagallo, le locuste, i pesci, che, proposti nel loro valore di creature complementari all’uomo, si qualificano come gli unici referenti credibili della spontaneità e verità, oltre le diffidenze preconcette avallate dall’egoismo della società contemporanea.
La “società chiusa nei suoi preconcetti e ostile all’uomo” è rappresentata particolarmente nei bozzetti di vita sociale quotidiana come Donne che confabulano, Nuche svanenti (Uomini che parlano senza dialogare), Le Aristocratiche, La Familiare, L’Aristocratica, La città non è di petra, Donne che vanno alla Messa. In queste opere le figure umane sono inserite entro riquadri geometrici che ne evidenziano i limiti di azione; anche se più figure si fronteggiano, esse appaiono statiche e prive di espressione. È singolare notare con quale efficacia iconica l’artista raffiguri la chiusura dell’uomo al suo simile mediante l’indicazione di soli bottoni neri, disposti in fila verticale su corpi conici, rigidi e privi di arti, dotati di volti grigi senza contorni e caratterizzati solo dalla chioma, da occhi, naso e bocca ottenuti con macchie di colore nero. Tali figure, da Turri-“Monzon” definite le Aristocratiche, sono rigide, incapaci di parlare e di comunicare, di entrare in relazione con l’altro, perché dalla loro interiorità nessuna luce traspare; esse sono rigorosamente “abbottonate”, prive di gambe per camminare insieme, prive di braccia per collaborare. Tuttavia un sentimento di tenerezza accompagna tali immagini: qualche pianta è riprodotta al loro fianco, simbolo, forse, della speranza che il profumo della Natura possa addolcire la durezza del cuore umano, schiavo dei pregiudizi.
L’ “indagine interiore e la riflessione sulla vita” è dominante nelle opere Paesaggio con carretto: il ritorno dal lavoro, Nudo di Anna, Cambio di guardia, Pensiero lontano, La Madonna, Anagni - Anna (Anna, la figlia, davanti al caminetto), Sognando l’Abruzzo, Senza titolo (“Visione d’Interno”), Case viaggianti, Geometria, ma permea anche le sue nature morte come tutta la sua produzione artistica.
Paesaggio con carretto: il ritorno dal lavoro esprime il rispetto sacrale che l’Artista nutre per il lavoro dei campi, che pone l’uomo a diretto contatto con i ritmi naturali e gli permette di vivere in sintonia con l’ordine cosmico. Anche se il contesto ambientale conserva i toni molto scuri di colore, allusivi alle insidie e alla fatica del vivere, luminose pennellate accendono di toni rosati il paesaggio, evidenziando le figure animali, l’uomo, le case, e riescono a dare come per incanto valore prospettico al paesaggio, suggerendo lo sfuggire in profondità dei piani. Tale percezione visiva di uno spazio articolato, in cui l’uomo assume una funzione compositiva rilevante, è prepotente soprattutto guardando a distanza il dipinto, che deve essere osservato, scoperto nelle sue parti costituenti, quasi a significare la necessità di osservare attentamente il reale, per imparare a conoscerne gli aspetti positivi, che sono nascosti dal “buio” della nostra disattenzione.
Pensiero lontano (96x64) rappresenta di spalle un uomo dal vestito grigio e dalla folta chioma nera, che in solitudine e in piedi sul molo osserva una grande nave scura, galleggiante sul mare, riprodotto con collage di impellicciatura di compensato lasciato nel suo colore originario. Della nave è rappresentata la prua e parte dell’albero maestro, che si stagliano su un cielo grigio; il resto della nave e la parte terminale dell’albero maestro fuoriescono dal limite del campo percettivo e coinvolgono l’osservatore nel completare la figura con la sua immaginazione, partecipando emotivamente all’evento raffigurato: il canto dell’uomo-artista, che vagheggia l’“Esodo”, la “Terra promessa”, il luogo della libertà, dove sarà saziata la sua fame di giustizia e la sua sete di felicità, desideri insopprimibili dell’animo umano. L’Artista Italo Turri, deluso dal mondo, crede la Terra promessa irraggiungibile se non attraverso l’arte: perciò affida il suo accorato canto, sottolineato dal tono grigio predominante nel dipinto, al topos del viaggio per mare, da sempre nella cultura umana metafora della vita dell’uomo alla ricerca della verità tra le insidie dell’esistenza.
La Madonna è un’opera di squisita raffinatezza estetica, segno di una concezione positiva della bellezza, che Turri-“Monzon” comunica con la semplicità e franchezza che gli sono peculiari. L’Artista recupera un manifesto pubblicitario dei prodotti di bellezza ipoallergenici Phas, proposti alle consumatrici come ottimali contro qualsiasi rischio di allergia. Il primo piano di un perfetto volto di giovane donna, campeggiante su sfondo nero quale testimonial del successo del prodotto, è finalizzato alla trasmissione di un persuasivo messaggio promozionale, che è rinforzato dal testo verbale del supporting-evidence, stampato sotto l’immagine. Turri-“Monzon” con larghe pennellate color crema copre il volto della giovane donna: lascia intravedere appena una porzione di fronte, dall’epidermide liscia e vellutata, le arcate sopracciliari con l’inizio delle cavità orbitali e parte del testo scritto sotto la foto. Non sembra frutto del semplice caso la soluzione adottata dall’Artista nel manipolare il manifesto pubblicitario. Intenzionalmente “Monzon” vela il volto della modella, proposto come ideale di bellezza esteriore, oggetto di consumo e di profitto dell’industria, per svelarne la vera bellezza, quella che ogni donna e ogni madre deve possedere e che né il tempo né la moda può offuscare: quella bellezza, che, custodita nell’interiorità, traspare luminosa dal pensiero e dai sentimenti della donna, raffigurati poeticamente dall’Artista nella fronte e negli occhi. Ad un modello di bellezza artefatta ed omologata, costruita su criteri persuasivi al largo consumo del prodotto reclamizzato, “Monzon” oppone il richiamo alla semplicità, alla scoperta dei valori nascosti nell’intimo della persona.
Senza titolo (“Visione d’Interno”) è un’opera singolare, che per la sua configurazione iconografica richiama alla memoria le vedute di interni fiamminghe, altrettanto cariche di significati e di richiami morali nascosti. Su un piccolo frammento di cartone di formato rettangolare le vernici nere dominano la superficie, che sul lato destro presenta due ampie strisce verticali bianche, facilmente riconoscibili come i vetri di una finestra. Mi piace cogliere nell’opera la sottile metafora di sé, che l’Artista propone all’osservatore con il suo linguaggio apparentemente contraddittorio. “Monzon” non dipinge l’interno squallido e buio di una casa, cui nemmeno la potente luce diurna riesce a donare chiarore. L’Artista dipinge dall’esterno la sua casa, che tutti credono di vedere scura e di poco valore, ma essa, come si vede dalla sua finestra, è illuminata all’interno da un’intensa luce. Per tale motivo mi pare suggestivo proporre il titolo “Visione d’Interno”, dove con la parola “Interno” possiamo indicare l’animo dell’Artista, percepibile solo in una “visione” con un atto di volontà e fiducia. Come nell’architettura ravennate il rivestimento esterno in mattoni celava il fulgore dei mosaici parietali interni, metafora dell’anima e dello spirito, così Turri-“Monzon” vuole invitare l’uomo distratto a riflettere sulla “luce” dell’interiorità, di cui anche un uomo umile e debole è detentore.
Case viaggianti (54,5x85) appare quasi un testamento spirituale: il formato rettangolare orizzontale e le linee-forza orizzontali e curve orientate da sinistra a destra favoriscono la percezione del movimento e la rappresentazione di un evento in fieri, facilmente leggibile dall’osservatore. Su un grande prato azzurro, solcato orizzontalmente da spesse pennellate bianche e nere, corre un treno, composto da sette vagoni, tutti senza pareti, con due o più passeggeri dalle teste nere seduti dentro ogni vagone. Sullo sfondo il paesaggio continua fino all’orizzonte alto, segnato dal profilo dei monti raffigurati con la stesso colore azzurro. É inevitabile il confronto con la familiare vallata del Sacco attraversata dalla ferrovia e caratterizzata dai freschi toni del verde della fitta vegetazione, che in lontananza e sui monti Lepini acquistano particolari sfumature azzurrine in particolari condizioni di luce diurna. Nel dipinto la striscia celeste del cielo, solcato da qualche pennellata bianca, è incupita dalla presenza incombente di tre grandi uccelli neri, raffigurati in posizione centrale, in volo sopra il treno. In alto a sinistra una pennellata circolare nera è appena percepibile, figura di una stella lontana, un sole nero che non illumina, né scalda. Il paesaggio semplificato e privo di dettagli pone in maggior risalto il treno, interpretato dall’Artista come “Case viaggianti”, cioè case con i loro abitanti in corsa verso una meta sconosciuta, inseguiti dalle insidie, di cui i grandi corvi, ripresa forse di quelli più famosi di van Gogh, sono presagio, e accompagnati costantemente dalla stella nera, interpretata da Italo Turri-“Monzon” come figura benefica di Beatrice/Morte. L’Artista non trascura la “sorella Morte”, che sempre in secondo piano e quasi nascosta accompagna l’uomo nella sua esperienza di vita terrena e che sola lo conduce alla liberazione, allo svelamento ultimo e totale della verità. Straordinari gli effetti luministici provocati dall’accostamento dei colori e dalla robustezza del tratto delle pennellate: oltre a suggerire effetti di profondità e di dinamismo, conferiscono al dipinto un potente effetto drammatico, rendendolo rappresentazione di un dramma, che senza soluzione di continuità è recitato sulla scena del mondo, emblema della condizione umana.
Spesso nelle opere di Italo Turri-“Monzon” lo spazio è assente o alterato prospetticamente, probabilmente a significare una realtà ritenuta fissa, immutabile, colta nella sua tragica e dolorosa portata universale. Tuttavia sempre si coglie nella pittura di “Monzon” una felice e certamente intenzionale partitura geometrica della struttura compositiva, sovente suggerita anche dalle pieghe dei cartoni utilizzati a supporto della sua pittura.
Gli stessi cartoni “riciclati” divengono valido mezzo espressivo nelle mani di “Monzon”: grazie alla loro movimentata texture, lasciata visibile dalle pennellate trasparenti, essi ci parlano sommessamente della luce che sfiora le superfici, dà sostanza alle forme, vitalità alla realtà. Come aveva intuito Picasso, anche nell’opera di “Monzon” l’inserimento di frammenti di realtà (cartone, impellicciatura, stracci) conferisce valore di concretezza reale al dipinto, che non è più una semplice riproduzione del fenomeno, ma è la ricostruzione e l’epifania della realtà profonda dell’esperienza umana, che l’artista avverte per via di sentimento e comunica quale sua personale visione del mondo.
Sintomatica la scelta dell’Artista anagnino di non datare i suoi dipinti: ciò che raffigura è la realtà quotidiana, è la storia dell’uomo Italo Turri nel suo quotidiano rapporto con la realtà, fuori da schemi che, incasellando rigidamente l’esistenza, rendono l’uomo prigioniero del passato e delle sue convenzioni oppure schiavo dell’ansia scaturita dalla paura del futuro. Italo Turri-“Monzon” nella sua disarmante semplicità inconsciamente ricalca il pensiero crociano secondo cui “la storia è il presente”, è l’intervento che l’uomo riesce a compiere con le sue scelte e comportamenti nell’esperienza concreta del vivere, che si attua solo e sempre nel momento presente dell’esistenza di ciascuna persona.
La coerente cifra stilistica evidente nelle opere del Pittore anagnino denota la problematica costante dell’Artista, sofferente comunque del disagio provocato dalla profonda delusione provata nei confronti della comunità umana. L’uso continuato dei medesimi segni e mezzi espressivi, se non permette di seguire un itinerario spirituale in evoluzione, assicura, tuttavia, il riconoscimento della lucidità del pittore “Monzon”, sempre attento a comunicare con chiarezza e decisione il suo essere uomo e il suo messaggio di pace.
Ciò che colpisce dell’opera di Italo Turri è, infatti, l’invito ad individuare nella sua pittura l’Uomo con le sue sofferenze e desideri profondi, il suo desiderio di libertà che coincide con l’aspirazione alla bellezza: tutta la produzione artistica di Turri-“Monzon” è il riflesso di un animo di bambino innocente ferito dal rifiuto, ma privo di risentimento verso chi lo umilia, allontanandolo. Italo Turri non ha abbastanza forze fisiche per lottare ed esprimere verbalmente il suo dissenso, preferisce la fuga dalla realtà angosciante, ma non sceglie il silenzio: “Monzon” si serve della pittura per continuare a proclamare con coerenza la sua identità.
In questo paradossalmente l’uomo Italo Turri diviene vincente, poiché la sua arte continua a parlarci di lui, ma anche di noi stessi: continua a denunciare quegli atteggiamenti che spesso adottiamo verso l’Altro quando ci rifiutiamo di incontrarlo nella sua “diversità”, di accoglierlo in nome dei valori universali dello spirito, di cui ogni persona è portatrice.
L’arte di Italo Turri-“Monzon” è un nobile richiamo all’uomo del terzo millennio a rispettare i valori fondanti della dignità dell’uomo, profondamente intuiti dalla civiltà greco- latina e faticosamente conquistati nella nostra civiltà durante i due millenni trascorsi dell’era cristiana.

Ferentino, 28 settembre 2000.

ITALO TURRI
in mostra a Frosinone - dicembre 2004

di Maria Teresa Valeri

L’opera d’arte è comunicazione, trasmissione della riflessione sul mondo che l’artista elabora in modo originale e creativo. Le sue capacità interpretative, affinate con lo studio e l’esperienza del fare, gli consentono di giungere alla sintesi, che più si avvicina alla intuizione della Bellezza, aspirazione profonda e comune dell’intera umanità. L’Arte, come ricorda De Chirico, è comunque metafisica: non è mai una mera copia della realtà, ma è sempre la libera interpretazione dell’Artista. Ogni Artista per comunicare la sua visione del mondo sceglie il linguaggio più consono alle sue capacità espressive e più adatto ai contenuti da trasmettere. La forma ampiamente approssimativa, il colore alterato, la mancanza di proporzioni, la radicale sovversione dello spazio empirico riescono a tradurre efficacemente il mondo del sentimento, la gioia e l’infelicità, la serenità e la paura, il disagio e la speranza mediante l’efficacia dinamica del gesto, la valenza materica e linguistica del colore o dei materiali utilizzati. La scelta di un linguaggio deformante, che si allontana dalla ripresa mimetica della realtà fenomenica, è significativa di una precisa volontà, tipica degli artisti del XX secolo, di rappresentare in toni drammatici ed incisivi il mondo interiore dell’uomo, cioè quella realtà della coscienza travagliata, che è pur vera, ma inconoscibile in pienezza con il solo ricorso ai sensi fisici. Italo Turri “Monzon”, come molti protagonisti dell’arte del XX secolo, adotta lo stile espressionista e a volte informale nelle sue opere, che si rivelano autentici brani di poesia, potente strumento di comunicazione e stimolo alla riscoperta del valore della dignità dell’uomo.
I soggetti di Italo Turri sono semplici scene di vita di paese, paesaggi, nature morte, personaggi senza espressione, città fitte di case senza finestre, riprese di interni domestici, animali, geometrie. In ogni opera si riscontrano pochi colori utilizzati e sempre in accostamento tonale. La costruzione spaziale è spesso sacrificata alla resa bidimensionale dei soggetti oppure è raggiunta mediante gradienti cromatici o con l’uso di impellicciature di compensato, disposte sul supporto in modo da generare ordinate suggestioni di piani e volumi. Il supporto è quasi sempre cartone o cartoncino, materiale di scarto, raccolto con cura tra gli avanzi della opulenta società del benessere economico. Con la sua vita ai margini l’Artista anagnino ha rifiutato il dialogo convenzionale della parola abusata nella convivenza comune per scegliere il suo linguaggio, quello universale della pittura che non può essere equivocato e che rimane nel tempo sempre autentico, vero e liberante. Significativo è il nomignolo che la gente del suo paese gli vestì addosso: “Monzon”, come il famoso pugile. Italo Turri accettò il soprannome, che utilizzò nel firmare le sue opere: egli dimostrò, così, di voler combattere pacificamente con i “suoi pugni”, cioè con le sue mani di artista, dimostrando come le mani dell’uomo riescano a produrre bellezza, manipolando la materia apparentemente priva di valore, rinnovando e dando vita alle cose morte, quelle scartate e ritenute inutilizzabili. I temi predominanti nelle opere di italo Turri Monzon sono: “il rapporto uomo-natura”, “bozzetti di vita sociale quotidiana”, “l’indagine interiore e la riflessione sulla vita”.
Spesso nelle opere di Italo Turri-“Monzon” lo spazio è assente o alterato prospetticamente, probabilmente a significare una realtà ritenuta fissa, immutabile, colta nella sua serena e gioviale dimensione quotidiana, ma anche negli aspetti tragici e dolorosi di portata universale. Tuttavia sempre si coglie nella pittura di “Monzon” una felice e certamente intenzionale partitura geometrica della struttura compositiva, sovente suggerita anche dalle pieghe dei cartoni utilizzati a supporto della sua pittura. Gli stessi cartoni “riciclati” divengono valido mezzo espressivo nelle mani di “Monzon”: grazie alla loro movimentata texture, lasciata visibile dalle pennellate trasparenti, essi ci parlano sommessamente della luce che sfiora le superfici, dà sostanza alle forme, vitalità alla realtà. Nell’opera di “Monzon” l’inserimento di frammenti di realtà (cartone, impellicciatura, stracci) conferisce valore di concretezza reale al dipinto, che non è più una semplice riproduzione del fenomeno, ma è la ricostruzione e l’epifania della realtà profonda dell’esperienza umana, che l’artista avverte per via di sentimento e comunica quale sua personale visione del mondo.
I dipinti di Italo Turri ci pongono direttamente in contatto con l’artista, ma soprattutto con l’uomo, che emerge a tutto tondo con la sua profonda aspirazione alla semplicità, alla verità dei rapporti umani, al rispetto della dignità della persona, al canto delle piccole cose che fanno bella la vita. L’Artista anagnino non ha datato i suoi dipinti: ciò che raffigura è la realtà quotidiana, è la storia dell’uomo Italo Turri nel suo quotidiano rapporto con la realtà. La coerente cifra stilistica evidenziata dall’uso continuato dei medesimi segni e mezzi espressivi, se non permette di seguire un itinerario spirituale in evoluzione, assicura, tuttavia, il riconoscimento della lucidità del pittore “Monzon”, sempre attento a comunicare con chiarezza e decisione il suo essere uomo e il suo messaggio di pace.

7 Dicembre 1977 (Collegio Leonano Anagni)
Presentazione della monografia "Monzon vita e pittura di Italo Turri "
Commenti di:
Dott. Giuseppe Selvaggi (autore della Monografia)
Fratelli Palombi (editori)
Monsignor Luigi Belloli (Vescovo della Diocesi Anagni-Alatri)
Avv. Loreto Gentile (Presidente della Provincia di Frosinone)
Ingegner V. Capobianchi (vice Sindaco della Città di Anagni)
Avv. Pier Ludovico Passa (Storico della Città di Anagni)
Daniela Pesoli (Giornalista)
Wilma Santesarti ( Assessore alla Culura Città di Fiuggi)

-Monzon: dalla povertà alla gioia della pittura (Il giornale d'Italia) 10 Dicembre 1997
-L'Arte di Turri, genio incompreso (Il Messaggero) 5 Dicembre 1997
-L'Arte e il Mistero "La vita dentro l'opera d'arte tra simbolico e informale (Città Mese ) Aprile 1997
-Un posto tra i grandi del 900 per Italo Turri :Amministrazione Provinciale di Frosinone - (settantennale della provincia 1927-1997)
-Da umile a grande del 900 (Ciociaria Oggi) 11 Dicembre 1997
-Pittura, continua la consacrazione post-mortem di Italo Turri (Corriere di Frosinone)
-Italo Turri, il "Ligabue" della Ciociaria (Il messaggero) 9 Gennaio 1998
-Block Notes di un critico "La Magia di Italo Turri" (Ciociaria Oggi) 4 Aprile 1998
-Filignano premia Turri (Ciociaria Oggi) 7 Settembre 1998
-Premiate le Opere di Italo Turri (Cronache Cittadine) 2 Ottobre 1998
-L'arte di Monzon viaggia in Internet (Il Tempo) Gennaio 1999
-Le Opere del Lunatico sbarcano su Internet (La Provincia) Gennaio 1999
-Il mondo struggente di Turri "Omaggio dell'unione industriale" (Ciociaria oggi) Giugno 1999
-Angelo dal cuore di tenebra (La Provincia) 22 Giugno 1999
-Il realismo onirico di Turri (Ciociaria Oggi) 2 Luglio 1999
-Turri, un artista su Internet (Il Messaggero) 21 gennaio 2000
-E gli scarti diventarono Arte (Il Messaggero) 10 Marzo 2000
-Monzon continua a sussurare il suo segreto (La provincia) 10 Marzo 2000
-Italo Turri, l'emozione trasmessa attraverso l'ecocentrismo onirico (Sud Lazio) 18 Marzo 2000
-L'espressionismo inconscio e la poesia pittorica (La Provincia) 30 Marzo 2000
-Italo Turri, arte pura per emozioni forti (Cronache Cittadine) 23 Aprile 2000
-Studenti alla mostra di Turri per una lezione di arte e di vita (Ciociaria Oggi) 31 Marzo 2000
-Alla scoperta dell'Arte di Monzon (Il Tempo) Settembre 2000
-Ferentino rende omaggio a Turri (La Provincia) 23 settembre 2000
-La pittura di Turri incanta gli alunni (La Provincia) 17 Ottobre 200
-I ragazzi del "Filetico" analizzano l'Arte di Turri (Il Tempo) 20 Ottobre 2000
-I liceali di Ferentino scoprono la pittura del grande Monzon (Il Messaggero) 20 Ottobre 2000
-Italo Turri e la sua Arte (La Provincia) 20 Agosto 2001
- Opere di Turri esposte a Roma (Cronache Cittadine) 7 Ottobre 2001
- L'arte di Turri a Palazzo Valentini (La Provincia) 18 Settembre 2002
- La Poesia del quotidiano nelle testimonianze di Italo Turri (Il Tempo) 19 Settembre 2002
- L'arte di Turri incanta Roma (La Provincia) 27 Settembre 2002
- Il Quotidiano l'arte di Monzon (Ciociaria Oggi) 25 Settembre 2002
- Arte, Monzon incanta Roma (Il Messaggero) 4 Ottobre 2002
- Omaggio di Roma a Turri (Il Tempo) 10 Ottobre 2002
- Turri un pittore talentuoso (La Provincia) 09 giugno 2003
- Anima impressa sul cartone (La Provincia) 10 giugno 2003
- Italo Turri, quell'anima impressa sul cartone (Cronache Cittadine) 01 luglio 2003
- L'arte di Monzon fa il giro d'Italia (La Provincia) 06 Agosto 2003
- Mostra itinerante per le opere di Monzon (La Provincia) 02 Gennaio 2004
- L'arte di Monzon nel capoluogo (La Provincia) 17 Dicembre 2004
- Turri, il grande pittore che usava i cartoni (Il Messaggero) 18 Dicembre 2004
-Tracce Quotidiane "si inaugura sabato a Frosinone la retrospettiva di Italo Turri, il tributo postumo a un Artista stravagante" (Il Tempo) 16 Dicembre 2004
- Turri, omaggio al Poeta del Quotidiano (Il Tempo)
- Italo Turri “Monzon” , lo spazio aletrato (Eventi Culturali) Arte e Cultura a Roma e nel Lazio
- Monzon, L’Arte come fine ( Ciociaria oggi) Si apre oggi a Roma la mostra personale di Italo Turri
- Arte, L’estro bohèmien di Italo Turri (La Provincia) Una Pittura graffiante ed istintiva, sofferta e
densa di significato, combattiva e priva di condizionamenti proprio come Monzon.
Dipinti realizzati su materiali poveri che conferiscono concretezza
reale all’opera modellata sull’esperienza umana.
L’arte di Turri in mostra nella Capitale (La Provincia)
L’Artista “Monzon” (Ciociaria Oggi) La sua Pittura è vibrante di violenta dolcezza (Francesco Giulio Farachi)


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